La tua capacità produttiva nascosta

La tua capacità produttiva nascosta

Hidden Capacity

la tua capacità produttiva nascosta

 

Oggi parliamo di #HiddenCapacity.

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Perchè è così importante? Rispondete a questa domanda: se aveste a disposizione il 30% di capacità produttiva in più senza investire un euro di quanto aumenterebbe il net profit della vostra azienda?

Che cosa vuol dire?
La definizione è abbastanza semplice, Hidden Capacity è la quantità di capacità produttiva che non viene utilizzata per produrre #Throughput (che è l’unità di misura del valore consigliata dalla #TOC) ma viene impiegata per mettere le pezze a tutti gli eventi che bloccano o rallentano il flusso (errori, rilavorazioni, mancanti in produzione, adattamenti di componenti, ricerca documentazione, l’elenco è infinito). Eventi che si verificano ogni giorno, che sono considerati “inevitabili” (in produzione la vita è così) al punto che quando si pianifica il Lead Time che viene “promesso” al mercato cerca di comprenderli tutti (e questo vale per ogni singolo ordine).

Teoria e realtà
Questo comportamento in pianificazione spiega da un lato come spesse volte nelle aziende manifatturiere ci sia una differenza rilevante tra il Lead Time che viene promesso al mercato e il Lead Time naturale, io lo definisco a “autostrada libera”, ovvero il tempo che ci vuole a percorrere il flusso in assenza di tutte quelle cose (di intralcio) che succedono tutti i giorni. Rilevante vuol dire che ci sono casi in cui il rapporto tra Lead Time promesso al mercato e Lead Time naturale arriva a 10-20 a 1. Il flusso si percorre in 2-3 turni (autostrada libera) e al cliente si promettono 2-3 settimane quando va bene.

“Imprevisti”?
L’adattamento a questi “imprevisti” (buffo chiamare imprevisto una cosa che si sa accade ogni giorno ma la nostra mente è creativa) impedisce di vedere la Hidden Capacity. Il che porta a pensare che ci siano dei colli di bottiglia in produzione. Il che costringe il commerciale a essere meno aggressivo nelle vendite (promettere qualcosa che non si è in grado di mantenere è il miglior modo per perdere la fiducia di un cliente e di conseguenza il cliente stesso).

Una domanda di valore
Quanto cuba la Hidden Capacity nella vostra azienda? Una domanda di valore. Nella mia esperienza in media il 30%.
Quanti soldi state perdendo per non saperla individuare e utilizzare?

Come si fa a farla saltare fuori? Domanda ancora più di valore.

Quanto è democratica la democrazia?

Quanto è democratica la democrazia?

Quanto è democratica la democrazia?

 

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

Non vorrei nel modo più assoluto che quanto segue venisse interpretato come una dichiarazione di sapore politico, per non dire partitico, né come una espressione di qualunquismo. No, è una semplice riflessione malinconica e, diciamo pure, anche autocritica.

Ne abbiamo fatto indigestione
Sono passati ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’instaurazione di governi democratici almeno nell’occidente, “virus” che a poco a poco ha contaminato persino i regimi oltre quello che veniva definito tristemente come “il Muro”.
Ma l’uomo è per sua natura irrequieto e tutte le conquiste e i benefici, come avviene ai bambini con troppi giocattoli nuovi, un po’ alla volta vengono a tedio. Non è, magari, che li contestiamo, però li consideriamo un fatto dovuto e come tale alla lunga noioso. Quindi meglio criticare anziché intervenire in prima persona a raddrizzare le cose che non vanno, quelle che sono sotto gli occhi di tutti, quelle che i politici (di professione, ci piace aggiungere) fingono di ignorare. Questo per gli adulti e, peggio ancora, per i vecchi. Ma il danno più devastante è che buona parte dei giovani alla cosa pubblica non si interessano minimamente. Uno dei miei figli, oltre i quaranta, a votare non c’è mai andato, però non ho diritto di essere io a tirare la prima pietra …

Ce lo confermano …
Un noto comico, facendo il verso ad un uomo politico salito di recente alla ribalta, l’ha buttata là: siccome la gente va sempre meno a votare, un partito di potere ha sostanzialmente il dovere di piantarla con le elezioni. Così evita ai concittadini di prendersi il disturbo.
L’ironica assurdità dell’affermazione è pari alla sua … verosimiglianza. In numerosi Paesi d’Europa e non solo acquista peso la tendenza ad affidarsi all’”uomo (o donna, per par condicio) forte” del momento, delegandogli tutto ma proprio tutto. Una specie di demiurgo, una persona autorevole ma soprattutto di carattere. Se poi fosse pure disinteressata, potremmo veramente gridare al miracolo.
Invece la politica assomiglia sempre più ad un talk show dove vince chi le spara più grosse e di conseguenza rimane più impresso. La sega di Milei o le minacce di Trump di invadere Groenlandia e Panama ne sono un assaggio.

Sindrome da decadenza
L’impero romano – ma non è il solo – ha iniziato il suo sfaldamento quando la gente si è ritrovata la pancia troppo piena per occuparsi d’altro che non fosse il godersi agi e ricchezze. Ora, l’Occidente non è che proprio viva in un’atmosfera da Eegno di Bengodi, considerando i problemi delle varie economie, però si trascina dietro i ricordi di un periodo felice, di espansione e benessere, e il vederseli scivolare tra le dita fa male e fa incavolare. Già, ma contro chi? Ovvio: contro il “potere”! E quindi dopo decenni di stabilità (o staticità?) politica si sceglie di cambiare. Magari un po’ a caso, pur di cambiare, sperando sotto sotto in un prodigio.
Certo che se l’unico criterio che porta ciascuno di noi a fare (o non fare, con l’astensione) le scelte è questo, non possiamo di certo sentirci tranquilli.
E, in ogni caso, viva il 2025 e auguri a tutti di un anno sereno !!!

Intelligenza artificiale e comunicazione

Intelligenza artificiale e comunicazione

Intelligenza Artificiale e comunicazione

quattro domande a Federico Morgantini

Fondatore e CEO di Morghy Digital SB e Direttore di DigiTech-News

 

 

Claudio Leonardi, CEO di 4Securitas S.r.l.

Da sempre la comunicazione rappresenta il momento di contatto tra qualsiasi azienda e il mondo esterno, all’interno del quale si trovano i potenziali fornitori. Anzi, molto spesso costituisce l’ingrediente determinante per il successo. Quali sono le tipologie di contributi che la vostra struttura propone?

Morghy Digital si posiziona a metà strada tra un’agenzia di comunicazione e una vera e propria casa editrice. La nostra ambizione è modernizzare il modo di fare content marketing, cioè di promuoversi attraverso contenuti di qualità. Il nostro obiettivo è aiutare i nostri clienti a produrre contenuti che siano non solo di alta qualità, ma anche efficaci. In primo luogo, diffondiamo questi contenuti attraverso la nostra testata giornalistica, DigiTech.News. Successivamente, supportiamo i clienti nell’utilizzo di questi contenuti sui loro canali social, amplificando così la portata del messaggio. In fine, per i clienti che lo richiedono, gestiamo campagne digitali per diffondere i contenuti anche su canali di terzi.
Dove ci distinguiamo rispetto ad altre aziende è nell’esperienza del nostro team e nella capacità di sfruttare al massimo, già dal 2022, gli strumenti di intelligenza artificiale applicati alla produzione di contenuti. Grazie a queste tecnologie, siamo in grado di creare grandi volumi di contenuti, ad esempio per magazine aziendali, in tempi ridotti e con costi estremamente competitivi.

La comunicazione ha in sé, tra gli altri, due “ingredienti” base: la forma con le modalità attraverso cui viene veicolata ed i contenuti. Mentre il primo aspetto, oggi più che mai, dipende in gran parte dalle esperienze tecnologiche, il secondo implica che il partner scelto abbia competenze decisamente robuste sui temi trattati. Senza queste non è sufficiente la capacità di intervistare i responsabili per farsi raccontare le criticità dei processi che seguono e le modalità con cui le superano per conseguire un vantaggio competitivo sulla concorrenza. Quali sono le aree o le tematiche in cui ritenete di avere le maggiori competenze?

Ci proponiamo principalmente nei settori del digitale e della tecnologia, come sottolinea anche il nome della nostra testata giornalistica: DigiTech.News.
Il nostro team è altamente competente su queste tematiche. In particolare, il sottoscritto, oltre ad essere un ingegnere meccanico, opera nel mondo del digitale dal 1997, anno in cui ho fondato una delle prime web agency in Italia. Ho sempre lavorato nell’editoria elettronica e, negli ultimi anni, sono stato socio di Forbes Italia, seguendo tutti gli argomenti legati al digitale e alla tecnologia. Per Forbes, inoltre, ho condotto una trasmissione televisiva su Sky per oltre quattro anni.
Il nostro team include anche redattori che hanno già scritto per altre realtà editoriali focalizzate su tematiche simili. Questo background ci rende qualificati per collaborare con aziende che operano in questi settori del digitale, della tecnologia, della meccanica, della meccatronica e della robotica.

Il mercato oggi va affrontato su una scala geografica estremamente ampia, considerando che il mondo è sempre più intercomunicante e strettamente connesso. Ma ogni area ha la sua mentalità e le sue peculiarità da tener presenti per realizzare messaggi di successo. Quali sono i mercati che avete affrontato e sui quali potete offrire esperienze di prima mano?

La nostra audience principale è sicuramente quella italiana e ci distinguiamo anche per la capacità di aiutare società internazionali a promuoversi in Italia.
Però oggi, grazie proprio all’intelligenza artificiale, la barriera linguistica è quasi inesistente. Per questo motivo, ci proponiamo anche ad aziende internazionali e italiane che desiderano espandersi a livello globale. Possiamo operare con tutte le principali lingue come l’inglese, lo spagnolo e il cinese.
Il mercato cinese è un ambito che conosco personalmente, avendo vissuto per molti anni a Shanghai e Hong Kong, dove ho supportato aziende italiane nella loro promozione e nel loro ingresso in questi mercati.

Per concludere, dato che in queste pagine parliamo essenzialmente di informatica, qual è la tipologia o la dimensione tipica o comunque le caratteristiche del vostro cliente che chiede aiuto per comunicazioni in ambito IT? Che cosa gli preme maggiormente di ricevere da voi e come articolate la collaborazione?

Nel contesto attuale, caratterizzato dalla comunicazione rapida, dai social media e da un giornalismo sempre più veloce, ci consideriamo partner ideali per aziende di qualsiasi dimensione. Il nostro team, composto da sei professionisti, è in grado di garantire la stessa qualità dei contenuti sia per un cliente piccolo che per uno grande.
Attualmente lavoriamo sia con clienti B2B che B2C. In particolare, collaboriamo con piattaforme digitali che aspirano ad attirare traffico qualificato. Per quanto riguarda il target, ci concentriamo su decision maker, come IT manager e piccoli imprenditori, ovvero figure chiave nel processo di acquisto di servizi informatici e tecnologici.

Federico Morgantini

Mobile: +39 335 5462072
morgantini@morghy.com
www.morghy.com

Aiuto, mi sono perso la software house!

Aiuto, mi sono perso la software house!

Finchè c’è va tutto bene

cosa succede se la tua software house ti pianta in asso

 

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Una software house, quella che si occupa del sistema informativo da cui tutto sommato dipende buona parte dell’efficienza della tua azienda, è un po’ come la salute. Se ce l’hai non ci fai neppure caso, la ritieni un elemento scontato, neanche fosse un diritto. Ma quando ti capita un acciacco, magari piccolo, ecco che ti accorgi della sua esistenza, della sua importanza e della sua criticità. E può accadere che un brivido di preoccupazione inizi a scorrerti lungo la schiena.

Scusate l’irriverenza
Scusate l’irriverenza del paragone, fatto con il massimo rispetto per tutti quelli che la salute non se la ritrovano al top, ma mi è sembrato abbastanza rappresentativo. Il sistema informativo costituisce l’asse portante di qualsiasi processo aziendale, altrettanto indispensabile quanto i macchinari in produzione, le scelte nelle strategie commerciali, la qualità e l’impegno nei collaboratori, l’immagine della società sul mercato.
Dalla fine degli anni ’70, quando quello che oggi viene chiamato ERP (con tutti gli annessi e connessi) ha iniziato ad entrare nelle consuetudini operative e decisionali di qualsiasi impresa, nessuno ne può fare a meno, nemmeno per un tempo limitato. Per questo le aziende si sono costantemente date da fare per selezionarlo, affinarlo, adeguarlo alle proprie strategie, sfruttarne al massimo le formidabili potenzialità. Non sempre e non tutte ci sono riuscite, ma questo è un altro discorso.
Rimane comunque indubbio che nemmeno le aziende più grandi si possono permettere uno staff IT che per numero e qualità assicuri la piena e completa autonomia, per cui è fisiologico che si appoggino ad una software house cercando supporti efficienti, efficaci e tempestivi. Il rapporto, più che tra cliente e fornitore, diventa quello tra partner e la fiducia ne costituisce il cardine, come sottolineano un sacco di slogan che troviamo in giro per i siti web del settore.

Tutto bene fino a che …
Le cose funzionano fino a quando la software house risulta affidabile. Ma quando andasse in crisi di dimensioni o competenze? E quando dovesse chiudere?
Recentemente come Delaini & Partners abbiamo realizzato un’indagine sullo stato delle società informatiche nazionali e i dati che ne escono non sono pienamente rassicuranti. Rimandando per i dettagli all’analisi pubblicata su questo numero, si possono citare alla rinfusa alcuni aspetti:
– sono veramente troppe le società informatiche che hanno chiuso i battenti; in buona parte si tratta di realtà piccole o piccolissime, ma qua e là troviamo anche nomi eccellenti
– quando una software house viene acquisita da un’altra, situazione oggi ricorrente, non è detto che le soluzioni applicative precedentemente assistite vengano supportate ancora per molto con la medesima attenzione
– un numero impressionante di realtà si è ridotto dimensionalmente di parecchio, anche di un ordine di grandezza; una concausa è l’età dei titolari, che ad un certo punto decidono di “mollare”, un’altra la scarsa propensione ad investire come servirebbe (o l’impossibilità a farlo) che le rende non più competitive
– qualche ERP è finito male per la mancanza di strategie del produttore o, in altri casi, per il deteriorarsi dei rapporti con la rete di distributori, a volte trattata senza troppi riguardi
– l’ingresso dei Fondi nelle grandi software house ha non di rado forzato strategie (meglio dire tattiche!) di breve respiro, tese unicamente a far ingrassare gli utili immediati senza pensare agli effetti nel medio-lungo periodo.
Si potrebbe continuare a lungo ma possiamo fermarci qua. Quasi tutti gli operatori informatici e un buon numero di aziende clienti hanno sperimentato questi contesti.

Mio padre diceva
Mio padre, quando era ben avanti negli anni ma manteneva lo humor di stile inglese che ben si intonava con la sua figura alta e magra, diceva: “Se dopo i cinquant’anni alla mattina non senti il minimo dolorino … significa che sei morto”.
Se vogliamo portare la similitudine sul terreno delle software house – per pura coincidenza iniziate a sbocciare una cinquantina d’anni fa – è chiaro che i clienti devono cercare di percepire per tempo cali di rendimento nell’assistenza o nell’evoluzione delle soluzioni. Se l’ERP utilizzato ha gode del supporto di rete di distributori, il problema si limiterà a sceglierne un altro, anche se le cose non sono poi così facili ed indolori per effetto di personalizzazioni & Co. Ma se è anche il software quello che è andato in crisi, i tempi di selezione, conversione e attivazione non sono sempre banali. E il costo dell’intervento solo in minima parte è determinato da hardware, licenze e supporti. Perché le inefficienze non sono facili da contabilizzare ma alla fine presentano sempre un conto salato.

Il Re è nudo

Il Re è nudo

Il Re è nudo

… e il paradigma OSO

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In ogni organizzazione, la verità e la responsabilità sono pilastri fondamentali, ma spesso vengono compromessi da dinamiche di potere, paura e interesse. La celebre fiaba “I Vestiti Nuovi dell’Imperatore” di Hans Christian Andersen offre un esempio potente, attuale e universale di come queste dinamiche si sviluppino e come, attraverso il coraggio di pochi, sia possibile spezzare l’incantesimo.

La Storia: Tra Illusione e Realtà
Tre furfanti promettono al re vestiti magici, visibili solo a chi è legittimo e saggio. Nessuno osa contraddirli per paura di rivelare la propria presunta inadeguatezza: non i servitori, non i governatori e nemmeno il re stesso. La bugia si diffonde, fino a quando un semplice stalliere, che “non aveva nulla da perdere”, grida la verità: «Il re è nudo!».

Questa fiaba è una metafora perfetta per molte realtà aziendali moderne, dove il coraggio di dire la verità scarseggia e le illusioni si trasformano in trappole sistemiche. Ma come si applica questo racconto al paradigma OSO (Olistico, Sistemico, Omeopatico)?

1. L’Approccio Olistico: Vedere la Realità nella Sua Interezza
L’olismo ci insegna a considerare l’organizzazione come un tutto interconnesso, dove ogni individuo contribuisce al funzionamento del sistema. Nella fiaba, il re, i servitori e i governatori sono parte di una catena in cui la paura e gli interessi personali prevalgono sul bene comune.
Soluzione OSO: Serve una visione chiara e coraggiosa, capace di guardare oltre le apparenze e riportare la realtà al centro della leadership. Ogni membro dell’organizzazione deve sentirsi parte di un sistema autentico, dove la verità è il primo passo verso il miglioramento.

2. L’Approccio Sistemico: Identificare le Dinamiche di Potere e Paura
Nel racconto, la paura e l’interesse si propagano come un virus: dal re ai governatori, dai servitori al popolo. Questo è un esempio lampante di un problema sistemico. Quando la struttura organizzativa premia il silenzio e la sottomissione, la verità viene soffocata.
Soluzione OSO: Un approccio sistemico permette di individuare i nodi critici del sistema, correggendo le dinamiche tossiche e creando un ambiente in cui il coraggio e la responsabilità siano incentivati. La verità deve essere sistematicamente protetta, premiata e valorizzata.

3. L’Approccio Omeopatico: Il Coraggio di Una Sola Persona
La soluzione nella fiaba arriva da uno stalliere, una figura marginale ma libera. Il suo gesto omeopatico è piccolo, ma capace di smascherare l’intera illusione. Una singola verità pronunciata con coraggio può cambiare il destino di un’organizzazione.
Soluzione OSO: Il paradigma omeopatico agisce su piccole dosi di verità, ripetute con costanza. Anche un solo collaboratore che si assume la responsabilità di dire ciò che vede può avviare un cambiamento radicale. L’organizzazione deve quindi promuovere e proteggere queste figure coraggiose, trasformandole in esempi positivi.

Conclusione: Spezzare l’Incantesimo con il Paradigma OSO
La favola di Andersen ci insegna che un sistema basato sulla paura e sull’interesse è destinato a crollare. Nel paradigma OSO, invece, la verità e la responsabilità diventano le chiavi per costruire organizzazioni sane, autentiche e resilienti.
• Olistico: Guardare l’organizzazione nella sua interezza.
• Sistemico: Correggere le dinamiche che generano paura e silenzio.
• Omeopatico: Valorizzare il coraggio di chi ha il coraggio di dire la verità.
Per uscire dall’incantesimo del “re nudo” serve una leadership consapevole, capace di ascoltare chi non ha nulla da perdere e, soprattutto, di dare valore alla verità.
Perché ricordiamolo: a volte, la massa critica è fatta di una sola persona.

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Posso chiederti e se vuoi rispondimi:
«Quali sono i “vestiti invisibili” nella tua organizzazione?
Hai il coraggio di dire la verità?
Scopri come applicare il paradigma OSO nella tua realtà aziendale.»