AI, purché non sia innovazione di facciata

AI, purché non sia innovazione di facciata

AI: purché non sia innovazione di facciata

Quattro domande per Daniele Lorenzino

CEO di BomberLab

Molte società IT parlano di “trasformazione digitale”, ma spesso con messaggi molto simili tra loro. Che cosa distingue davvero la proposta di BomberLab?

Oggi le aziende clienti non cercano più slogan sulla trasformazione digitale: cercano soluzioni che riducano tempi, errori e complessità operativa, integrandosi davvero con i sistemi esistenti.
È qui che si colloca la differenza di BomberLab. Noi non vediamo l’AI come un accessorio da aggiungere ai software, ma come una componente da progettare in modo serio, con attenzione a controllo, tracciabilità, sicurezza e sostenibilità economica.
Per questo parliamo di Corporate AI: soluzioni pensate per lavorare su documenti, dati e processi aziendali in modo governato, misurabile e integrato. Non innovazione di facciata, ma innovazione che deve produrre risultati concreti.
Nella nostra esperienza, il vero tema oggi non è “avere l’AI”, ma capire dove usarla davvero: quali processi automatizzare, quali informazioni rendere più accessibili, quali attività ripetitive eliminare e come farlo senza creare nuovi silos o nuovi rischi.

L’intelligenza artificiale è ormai ovunque, spesso evocata come soluzione universale. In concreto, come la integrate nella vostra offerta e con quali obiettivi?

Per noi l’AI ha senso solo quando risolve un problema reale. Non vince chi inserisce più “AI” nelle slide, ma chi la colloca nei punti in cui può generare un beneficio concreto.
La utilizziamo soprattutto in tre aree:
– ricerca e interrogazione intelligente di dati e documenti, per velocizzare l’accesso alle informazioni;
– supporto operativo, ad esempio nella lettura, classificazione e sintesi di contenuti;
– automazione di attività ripetitive, come data entry da documenti, caricamenti su portali, aggiornamenti su ERP/CRM, controlli e riconciliazioni.
Un ambito destinato a crescere molto è proprio l’automazione delle attività manuali a basso valore: spesso sono processi invisibili, ma assorbono ore di lavoro, aumentano il rischio di errore e rallentano l’azienda. Qui l’AI può avere un impatto immediato e misurabile.
Il punto centrale, però, è che in contesto enterprise l’AI non può essere una “scatola nera”. Deve lavorare con fonti verificabili, regole chiare e controlli. Per questo integriamo modelli generativi solo all’interno di architetture che garantiscano responsabilità, affidabilità e supervisione.

L’AI è uno strumento potente, ma introduce anche nuovi rischi. Quali precauzioni dovrebbe adottare un’azienda e quali errori vede più spesso?

Il primo errore è pensare che l’AI sia gratuita o neutrale. In realtà ha costi infrastrutturali, energetici e organizzativi. Per questo non va usata come decorazione, ma applicata ai processi dove può generare il maggior impatto.
Il secondo rischio è affidarsi a strumenti pubblici senza una governance chiara. Quando entrano in gioco dati sensibili, documenti interni o processi critici, servono policy, ruoli, controlli e responsabilità ben definiti.
Per questo noi insistiamo molto sul concetto di AI privata e governata. Le aziende devono poter mantenere il controllo delle informazioni, evitare esposizioni verso terze parti e garantire contenuti affidabili, verificabili e integrati nei processi esistenti.
In sintesi, le precauzioni fondamentali sono quattro:
– protezione e riservatezza dei dati aziendali;
– qualità e verificabilità dell’output;
– integrazione nei processi reali, non solo in contesti dimostrativi;
– formazione delle persone, che devono sapere come usare l’AI e dove fermarsi.
La tecnologia da sola non basta: senza cultura operativa, procedure e responsabilità, il rischio è ottenere risultati incoerenti o addirittura controproducenti.

Parli spesso di “orchestrazione” dei processi e del sistema informativo. Che cosa significa, in pratica, per un’azienda?

Oggi in molte aziende il problema non è la mancanza di software, ma il contrario: ce ne sono troppi, spesso verticali, specializzati e scollegati tra loro. ERP, CRM, documentali, email, ticketing, portali, fogli Excel. Ognuno svolge una funzione specifica, ma il processo reale continua a spezzarsi tra una piattaforma e l’altra, costringendo le persone a fare da ponte manuale tra sistemi che non dialogano in modo fluido.
Quando parlo di orchestrazione, intendo proprio questo: costruire un livello superiore che coordini dati, documenti, applicazioni e persone lungo un flusso di lavoro completo. Non si tratta solo di integrare due software, ma di fare in modo che l’informazione giusta arrivi al sistema giusto, nel momento giusto, con le regole giuste.
In pratica, noi lavoriamo in tre direzioni:
– connettiamo i sistemi esistenti, senza imporre necessariamente una sostituzione dell’infrastruttura già presente;
– organizziamo i flussi di processo, riducendo passaggi manuali, duplicazioni e colli di bottiglia;
– introduciamo un layer di AI privata, capace di leggere dati strutturati e contenuti non strutturati, supportando utenti e processi in modo controllato e tracciabile.
Un esempio semplice: un’informazione arriva via email, viene letta, classificata, confrontata con dati presenti in ERP o CRM, genera un alert, aggiorna uno stato, precompila un documento o avvia una richiesta interna. Oggi spesso queste attività vengono svolte a mano da più persone; orchestrare significa renderle più rapide, più affidabili e soprattutto meno dipendenti dalla memoria o dalla disponibilità dei singoli.
Il valore vero dell’orchestrazione è questo: trasformare il sistema informativo da insieme di strumenti separati a infrastruttura operativa coordinata. E quando questo avviene, i benefici non sono solo tecnologici: migliorano tempi, qualità del dato, controllo e capacità decisionale.

Lavoratori, quindi ospiti

Lavoratori, quindi ospiti

Lavoratori, quindi ospiti

 

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

 

Che stiamo vivendo in un mondo poco gradevole e troppo spesso pure rischioso non lo scopro di certo io. Che le grandi ondate migratorie – di cui è sgradito sondare cause e responsabilità – siano comunque un elemento di non semplice stabilizzazione, soprattutto se li si guarda con la lente dei pregiudizi, costituisce una realtà oggettiva.
Così ad ogni evento di cronaca negativo (e spesso drammatico), scatta il meccanismo di autodifesa: sono stati gli altri! Che meraviglia potersi autoassolvere per passare immediatamente ad occuparci di altre cose, magari di semplici banalità perché le banalità sono meglio gestibili ed è improbabile che ci provochino sensi di colpa.

Cognome forestiero
La drammatica scena di Modena, con un’auto impazzita che falcia ignari passanti dovrebbe permetterci cinque minuti per riflettere. Al di fuori dell’elemento scatenante, quello che ha colpito immediatamente tutti, compreso chi scrive, è il cognome del “colpevole”, chiaramente non friulano nè toscano e nemmeno calabrese. Confesso che ho dovuto fare un minimo di sforzo per cercare di dare agli eventi una collocazione più oggettiva anche perché nei titoli sui Media il sensazionalismo premia sempre. Eppure stavolta non si tratta di un irregolare e pare che la religione non c’entri per niente: stiamo parlando di un cittadino italiano con tanto di laurea. Non credo che un cognome “sospetto” sia sufficiente per una condanna, altrimenti sarebbe corretto avere riserve verso cittadini italiani che si chiamano Marcell Jacobs, Paola Egonu, Stephan El Shaarawy o Jannik Sinner.

Differenze che qualificano
Come popolo, noi italiani siamo un crogiuolo di razze, per effetto della nostra penisola percorsa in lungo e in largo nei secoli da eserciti di ogni lingua e provenienza. Forse è per questo che, molto più di altri, siamo così duttili, capaci di inventiva e pure maestri nell’arte di arrangiarci: non ci hanno mai lasciati tranquilli! Ma, nonostante siamo anche un popolo specializzato nell’emigrare altrove “in cerca di fortuna”, manteniamo una certa – e magari grande – diffidenza per il diverso, l’estraneo. È successo con i “terroni” che venivano al nord a costruire la fortuna dell’industria, succede con gli stranieri (evito di citare gli epiteti con cui li gratifichiamo) che reggono in piedi molti comparti dell’economia, senza nemmeno accennare ad infermieri e badanti. Ogni tanto, come per miracolo, scopriamo che sono capaci salvare un bambino che annega o di inseguire e catturare un delinquente armato che sta fuggendo.
Nel mio piccolo ricordo con grande riconoscenza una baby sitter etiope che ha aiutato ad allevare i miei quattro boys, un muratore rumeno (poi ho scoperto che era ingegnere!) che mi ha risolto un complesso problema idraulico in casa, una badante dello Sri Lanka che si è presa amorevolmente cura di mia madre. Oggi, per dire, il mio medico condotto viene dall’Africa.
Mi torna in mente un termine della lingua tedesca che indica queste persone: “Gastarbeiter”, che letteralmente significa “Lavoratori ospiti”. Ecco, magari incrociandoli per strada o sul lavoro, potremmo riflettere per un attimo su questo concetto.

Guidare la propria crescita

Guidare la propria crescita

Intelligenza Artificiale: per fare che cosa?

Quattro domande per Erica Gravino

CEO e Consulente Aziendale specializzata in Processi di DYPP

È indubbio che il sistema informativo rappresenti il supporto operativo e decisionale indispensabile per la gestione di qualsiasi azienda. Se, in aggiunta, possa diventare la leva per un incremento di efficienza e competitività, è una questione da analizzare a parte. Questo perché le componenti che determinano il successo sono di natura articolata e complessa, dettaglio che non sempre è tenuto nel giusto conto.
Per cercare di comprendere, almeno parzialmente, i parametri che stanno attorno a quanto accennato, abbiamo coinvolto Erica Gravino, una consulente che ha messo in seconda linea la padronanza del software applicativo per affiancare le imprese italiane su altri aspetti dei progetti IT.

Erica, prima di entrare nel merito dei tuoi interventi a favore delle aziende, una curiosità: da dove nasce questa tua iniziativa, da quali esperienze personali e professionali?

Fin dalla mia formazione il filo rosso che ha attraversato tutto il mio percorso accademico — dalla laurea in Economia Aziendale a quella in Ingegneria Gestionale per la Produzione Industriale — era uno solo: capire come le aziende creano valore. Ma è stato parlando con gli imprenditori che quell’interesse si è trasformato in “ossessione”. Ogni volta che mi capitava di confrontarmi con loro, tornava sempre lo stesso tema, quasi una lamentela collettiva: lavoravano tanto, fatturavano, consegnavano. Ma l’utile che rimaneva in tasca a fine anno era sempre meno di quello che si aspettavano.
E solo quando sono entrata nelle aziende, ho capito perché. Anche nei contesti più strutturati, vedevo sempre le stesse cose: rework continui, informazioni che morivano tra un reparto e l’altro, scadenze che slittavano. Dati che esistevano, ma che nessuno sapeva leggere — o peggio, di cui non si sapeva cosa farsene. Quella forbice tra il lavoro fatto e il margine che restava non era un mistero — era un problema di visibilità. E da quella consapevolezza, dopo anni di osservazione sul campo, ricerca e sperimentazione, ho costruito da zero il metodo DYPP.

Quindi tu hai vissuto le fasi di inserimento di una soluzione applicativa anche in altra veste, elemento che non guasta perché teorizzare è una cosa e realizzare un’altra. Come e quando è nata l’idea di questa nuova identità professionale?

Il mio percorso professionale mi ha portata a lavorare in contesti esigenti — multinazionali e grandi aziende italiane — dove mi sono occupata di gestione progetti, analisi dati e ottimizzazione dei processi. Anni intensi, che mi hanno dato una visione molto concreta di come funzionano — e spesso non funzionano — le organizzazioni dall’interno.
La svolta è arrivata in un momento inaspettato: la mia prima maternità. Quel periodo di pausa forzata si è trasformato in uno spazio prezioso per fermarmi e riflettere. Tutte le esperienze accumulate negli anni hanno cominciato a prendere forma in modo diverso, e insieme a loro cresceva qualcosa di nuovo: la voglia di fare qualcosa di mio, costruito con le mie mani e le mie idee.
Da lì è partita un’avventura vera. Ho intervistato e collaborato con circa 100 PMI italiane — ho ascoltato i loro bisogni, studiato le loro difficoltà, e insieme abbiamo lavorato su casi concreti che sono diventati la base di tutto. Il risultato è DYPP — Drive Your Project and Process — un metodo che permette alle aziende di guidare la propria crescita partendo dall’operativo per arrivare al decisionale. Non teoria: un sistema nato dal campo, per il campo.

Puoi descrivere sinteticamente come si sviluppa il tuo intervento e con quali ruoli interni all’impresa ti trovi ad interagire più di frequente?

Il mio intervento si sviluppa in fasi precise, pensate per essere concrete e misurabili fin dal primo giorno. Si parte sempre dall’analisi: prendo le ultime dieci commesse — preventivato contro consuntivato — e le leggo riga per riga. È lì che emergono i primi segnali: dove il margine si è perso, dove i costi sono esplosi, dove qualcosa non ha funzionato come previsto. Dalla fotografia reale si passa poi alla diagnosi: identificare i punti di debolezza strutturali, quelli che si ripetono commessa dopo commessa. E infine la parte più delicata — e più importante: definire e condividere un nuovo modo di lavorare, misurando in modo netto cosa cambia prima e dopo l’intervento. I numeri parlano da soli.
In genere mi interfaccio con i C-level, ed è lì che si prendono le decisioni. Ma una delle esperienze che ricordo con più affetto racconta qualcosa di diverso. In una realtà manifatturiera sono entrata in contatto con un responsabile di reparto — una figura operativa, lontana dalle stanze dei bottoni. Ha capito immediatamente il valore di quello che stavamo facendo, si è fatto nostro sponsor interno, e alla fine è stato lui a portarci davanti al CEO. A volte il cambiamento non parte dall’alto — parte da chi il problema lo vive ogni giorno.

Immagino che il tuo approccio ti porti spesso – per non dire sempre – a collaborare con le classiche società informatiche di taglio gestionale. Come si sviluppa l’interazione? Vieni vista essenzialmente come un concorrente o qualcuno che “fa le pulci” al progetto o, piuttosto, come una figura terza che può portare valore aggiunto sia a loro che all’azienda cliente?

La collaborazione con le società informatiche è una parte centrale del mio lavoro — e lo dico con convinzione, perché sono tra i partner con cui mi trovo meglio.
Il motivo è semplice: lavoriamo su livelli diversi e complementari. Io entro prima del software, con un compito preciso — capire davvero cosa sta succedendo dentro l’azienda. Perché capita spesso che un’azienda arrivi convinta di aver bisogno di un certo strumento tecnologico per risolvere un problema. E il software che hanno scelto magari è eccellente. Ma se i processi sottostanti sono disorganizzati, se i dati non vengono governati, quello strumento non potrà mai esprimere il suo potenziale reale. Rischia anzi di rendere tutto più complesso.
Il mio intervento serve esattamente a evitare questo: arrivo prima, ordino i processi, governo i dati, e preparo il terreno affinché il software — quando arriva — possa funzionare al massimo. I partner tecnologici con cui collaboro lo sanno bene, e spesso sono loro stessi a coinvolgermi proprio per questo: perché un’implementazione su un terreno già fertile ha risultati molto più solidi e duraturi.
Non sono una concorrente delle società informatiche — sono la figura che aumenta il valore del loro lavoro. E questa, alla fine, è la ragione per cui il rapporto funziona.
C’è una cosa che mi piace ripetere, e che credo sintetizzi bene la mia visione: il margine non nasce a fine anno. Si decide ogni giorno, dentro ogni commessa. E per difenderlo servono processi chiari, dati governati — e poi, su quelle fondamenta solide, la tecnologia giusta.

Erica Gravino

info@dypp.it
https://www.dypp.it/
WhatsApp: 389.6314.224

Intelligenza Artificiale: quali opportunità per le aziende?

Intelligenza Artificiale: quali opportunità per le aziende?

L’Intelligenza Artificiale: dove sono le opportunità per le aziende?

Alberto Delaini - Delaini & Partners

L’intelligenza artificiale (IA) sta avendo ad oggi un grande influsso sulla nostra vita quotidiana. Nel mondo del lavoro, l’IA avrà probabilmente, nei prossimi anni, un impatto maggiore rispetto a qualsiasi altra innovazione tecnologica. Le aziende dovranno quindi impegnarsi di più nell’implementazione di applicazioni di IA per sfruttare questa opportunità tecnologica e non restare indietro sulla Concorrenza.
Le possibili applicazioni sono infinite però, come sempre, ogni problema strategico va affrontato segmentando ed identificando con chiarezza e lucidità gli obiettivi. Altrimenti, affrontando di petto l’intero ed immenso arco degli interventi possibili, ci si sfinisce ben prima di riscontrare i risultati.
Di seguito, a titolo puramente esemplificativo, abbiamo evidenziato alcuni dei vantaggi che l’IA può portare nelle aziende.

Risparmiare tempo e denaro
L’IA può assorbire molte delle attività ripetitive automatizzando il lavoro di routine e consentendo all’azienda di rifocalizzare il personale verso attività a valore aggiunto. È – se vogliamo forzare il paragone – un po’ come ai primordi dell’informatica aziendale (da metà anni ’70) quando il computer riprendeva e ricopiava in automatico i dati da ordine a bolla a fattura a contabilità: niente interventi umani, niente errori e zero sforzo. Solo che adesso il potenziale contributo dell’IA è molto più ampio e produttivo.
Grazie all’automazione di specifici processi – il ché comporta anche una riduzione di errori, è possibile rendere più veloci, efficienti e meno costosi determinati cicli operativi.

Vantaggio competitivo attraverso l’analisi dei dati
I dati sono una risorsa inestimabile dell’economia digitale ma i Big Data sono del tutto inutili quando non si riesce a capirli ed elaborarli.
L’IA può analizzare enormi quantità di dati in tempi estremamente brevi, con la possibilità di andare oltre la comprensione di cosa è successo, per arrivare a una valutazione di quello che potrà accadrà in futuro.
Gli strumenti basati sulla IA possono anche aiutare le aziende nel creare prodotti e servizi su misura per i propri clienti, riducendo i costi di sviluppo, aumentandone la vendibilità, migliorandone nel contempo la sicurezza e la conformità.

Migliorare il processo del marketing
Oggi più che mai interagire con i clienti è importante, soprattutto considerando che le abitudini di acquisto delle persone sono in continua e veloce evoluzione.
I responsabili marketing possono semplificare il Customer Journey dei propri consumatori attivando i loro dati e utilizzando l’intelligenza artificiale per scoprire nuovi modelli di ingaggio e sfruttare insight innovativi.
Grazie all’osservazione dei comportamenti degli utenti, possono assicurare che i prodotti o i servizi offerti siano pertinenti e attraenti e creare esperienze personalizzate.

Fornire il supporto al cliente H24/7
Le applicazioni IA non dormono mai, per cui possono aiutare i clienti indipendentemente dall’ora del giorno o della notte o del fuso orario.
In un mercato estremamente competitivo, le soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale contribuiscono a creare un’esperienza cliente migliore, che aiuta ad aumentarne la fidelizzazione e contribuisce ad aumentare le vendite.

Non è tutto oro quello che luccica
I dibattiti quotidiani sulle potenzialità dei IA stanno anche palesando alcuni rischi che vanno tenuti nella debita considerazione. Ciò per evitare di essere sopraffatti dagli eventi e da un approccio che porti a “banalizzare” la sua adozione pensando, tra l’altro, che determinate figure professionali non “servano” più.
Un esempio? Lo sviluppo software che può essere effettuato unicamente con l’IA senza il coinvolgimento di tecnici del settore. Il rischio è di ottenere applicazioni prive, tra l’altro, dei requisiti di sicurezza e scalabilità necessari per un utilizzo Enterprise. Perché non è facile travasare nell’IA certi tipi di esperienza professionale.
Altro esempio può essere entrare nel “Mood” che tutte le risposte ricevute da interrogazioni AI siano per definizione corrette.
Non da ultimo, attenzione ai costi che l’adozione delle piattaforme IA utilizzate su larga scala a livello aziendale comportano. Se non opportunamente monitorati, possono evolvere in modo importante.

In conclusione
L’Intelligenza Artificiale è un tema sul quale si sta dibattendo molto anche in termini di regolamentazione a livello Europeo e Mondiale, questo perché è ormai evidente che offra potenzialità enormi, che certamente vanno ben indirizzate e gestite.
Una implementazione dell’Intelligenza Artificiale in azienda, effettuata in modo consapevole e guidato, definendo regole e comportamenti, coinvolgendo e formando il personale, può rappresentare la chiave per aumentare in modo determinante la propria competitività.

Roberto Giovanni Loche
Consulente Privacy e Cybersecurity
Mobile: +39 331.2917785

 

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