Intelligenza Artificiale e umanità
L’editoriale di Breaking News!
Prevost, primo papa “Stelle e Strisce”
Quando Robert Francis Prevost è stato eletto Papa, era la prima volta che sentivo parlare di lui. Il dubbio principale, magari, era la sua nazionalità, perché sotto sotto rimaneva un po’ di preoccupazione che si saldasse un’alleanza tra chi di bianca aveva la veste e chi di Bianca aveva la Casa. A Washington.
Pure il nome scelto mi aveva lasciato perplesso, perché Leone mi suonava un po’ retrò e perché di Leone XIII e della sua enciclica “Rerum Novarum” avevo sentito parlare l’ultima volta al Liceo e non ne ricordavo poi tanto.
È passato un anno, su Leone XIV ho iniziato a farmi un’opinione di prima mano – positiva, molto positiva, ma questa è una considerazione assolutamente personale – e mi sono messo a leggere la sua enciclica “Magnifica Humanitas” non prima di aver cercato di rinfrescarmi la memoria su quella del suo predecessore ed omonimo, Papa a fine Ottocento che, guarda caso, parlava con lungimiranza di “nuove questioni”. Così, aiutato da quello che spizzico in giro qua e là, visto che adoro leggere, mi sono trovato a ragionare sulle due trasformazioni epocali, quella Industriale e quella dell’AI.
Discontinuità
L’enciclica di fine Ottocento e questa dei primi anni Duemila parlano di rivoluzioni, la prima si focalizza su quella industriale, l’altra sulle conseguenze dell’AI. L’evoluzione tecnologica, negli ultimi due secoli, ha generato un pazzesco balzo avanti nei processi produttivi diventati sempre più veloci ed efficienti. Chi ci ha guadagnato? I soliti pochi, quelli che hanno ampie risorse per investire. Chi ci è andato di mezzo? I milioni (nel mondo) di poveracci che sono stati espulsi da attività faticosissime e poco remunerate, ma che consentivano loro di sopravvivere in qualche maniera. E l’assestamento per recuperare un equilibrio sociale non è state poi così agevole.
Oggi dell’AI si sa (mediamente) molto poco in termini concreti: grandissime promesse, eccezionali aspettative, incredibili benefici, boom di Borsa, almeno fino a qualche perplessità che ora spunta qua e là. Bene, ma a favore (economico ma anche politico, nel senso di maggior patere) di chi? E, possiamo aggiungere a spese di chi? Questo credo sia il problema: studiare in contesto, cercare di capire, trovare gli equilibri e i correttivi. Non entro in tanti altri aspetti – proprietà, diritti, privacy, indirizzamento dei vantaggi, compensazione degli svantaggi e così via – per problemi di spazio e di dichiarata ignoranza, la mia. Però, a pelle, mi sembra che una certa dose di inquietudine aumenti di giorno in giorno. Non si tratta di Luddismo, di paura del nuovo, si tratta proprio di preoccupazioni concrete che spaziano dalla possibile perdita del lavoro alla non meno importante perdita di diritti.
Percezioni e Informazioni
Certo, l’AI può metterci a disposizione elementi di valutazione ed incroci di infiniti dati praticamente in tempo reale, frugando istantaneamente tra tantissime fonti differenziate che le permettono di dare giudizi e trarre conclusioni. Di tipo essenzialmente probabilistico, vorrei sottolineare. L’uomo, con i suoi tempi ed i suoi limiti, fa cose simili molto più lentamente e non sempre con una visione esaustiva (o almeno sufficiente) degli elementi di giudizio.
La prima conclusione, istintiva, è che siamo destinati a perdere contro l’AI esattamente come un operaio, in termini quantitativi, non può che arrendersi contro un infaticabile e precisissimo robot che lo rimpiazza sulle linee di montaggio. È proprio così? Non ne sono troppo sicuro perché ho la sensazione che i termini del confronto non siano ancora delineati del tutto.
A mo’ di esempio, chiudo con un aneddoto pure datato, visto che mi riporta indietro di oltre quarant’anni. Alla convention di una multinazionale del software, ho ascoltato un intervento talmente incisivo che mi sembra di risentirlo anche adesso. Il relatore era Jackie Stewart, lo “Scozzese Volante” che conoscevo come indimenticabile campione della Formula Uno. Ma che fosse anche un conferenziere eccezionale proprio non l’avrei sospettato.
Il tema era “Perceptions”, percezioni. Lui è partito da aneddoti della sua lunga carriera prima di concentrarsi su un episodio. Correva a Nürburgring, forse il circuito più lungo del campionato tanto che le condizioni metereologiche possono cambiare da un settore all’altro.
“Sono entrato in una curva alla massima velocità, lottando per il primo posto” ha raccontato con la massima naturalezza “quando nella tribuna di fronte a me ho percepito un movimento. Non so come né perchè, ma ho colto uno tra i mille e mille spettatori che ha guardato verso l’alto e si è sollevato il bavero dell’impermeabile. Ho pensato che al di là della curva potesse piovere e mi sono preparato. Io l’ho superata alla massima velocità possibile in funzione dell’aderenza, altri hanno sbandato o sono usciti di pista.”
L’occhio umano ha una incredibile (ed inesplorata) capacità di registrare eventi, ma è la mente che li seleziona e li mette in ordine di priorità, scartando i segnali considerati privi di rilevanza. Forse Stewart era unico – in realtà lo penso davvero – ma, al giorno d’oggi, chiunque con una AI opportunamente addestrata potrebbe cogliere quel segnale. Quello che rimane da vedere è se questa percezione viene poi elaborata correttamente. E questa è, magari solo per poco, un’intuizione tutta umana.
L’AI ha potenzialità ancora da esplorare. Ma cosa farne, come interpretarne gli output e come valutarne i suggerimenti magari dipende un tantino da noi.

