C’era una volta AI

 

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

 

Mi pare ancora di rivederli, chini su montagne di documenti, estratti e poi rimessi perfettamente in ordine nei rispettivi faldoni, la sinistra ad azionare la calcolatrice – di quelle vecchie con i tasti che picchiettavano ritmicamente ed il rotolino di carta che addizionava interminabili colonne di numeri – e la destra che ogni tanto annotava su un foglio numeri su numeri. Erano i direttori amministrativi delle nostre PMI che negli anni ’70, una vita fa, compilavano le statistiche.
Sicuramente non era “Artificiale” ma frutto di pazienza e costanza, forse non era nemmeno “Intelligenza” in senso stretto, però era l’unico modo per cercare di capire dove stesse andando la loro azienda.
Gli infaticabili “Gnomi” a cui si doveva il risultato erano sempre i Direttori Amministrativi, che traevano sintesi intellegibili non solo dai dati contabili ma anche da quelli di vendita. Perché, va detto, sono sempre stati rari i Direttori Commerciali che amassero immergersi nelle scartoffie.

Poi sono arrivate le statistiche e …
Quando i primi computer hanno iniziato a produrre – bontà loro e senza sforzi del personale – le prime statistiche, i tabulati spessi una spanna venivano salutati con un giubilo liberatorio e si cominciava a chiedere di più, ad andare sul dettaglio. Poi venivano passati al Boss che, l’ho vissuto di persona, posava in bella vista sulla scrivania pacchi di fogli che magari non sfogliava più di tanto. Però gli davano un’aura da innovatore illuminato.
Quando gli strumenti di Business Intelligence hanno reso autonomo qualsiasi responsabile nell’ incrociare a piacimento, in un attimo e senza fatica, moli sterminate di dati analitici, tutti si sono sentiti fieri del contributo della tecnologia all’analisi delle informazioni ed alla pianificazione di strategie basate su elementi storici inconfutabili.
Mi fermo qui per non annoiare troppo, ma questa era l’informazione disponibile.

L’era dell’AI
Oggi siamo agli albori della nuova era, quella dell’Intelligenza Artificiale che guarda a tutto, che è in grado di supportare tutto. In simmetria con i quadretti dipartimentali d’epoca che ho abbozzato, pochi sanno bene di cosa si tratta, pochissimi hanno idee chiare su come sfruttarla se non in contesti definiti e limitati. Io, d’altra parte, mi posiziono tra gli ultimi in materia e confesso la mia obsolescenza, che è ancora peggio che dire incompetenza.
L’AI offre confini inesplorati ed incredibilmente differenziati, una specie di viaggio alla scoperta del cosmo di cui ci è nota una parte infinitesima. Però mi pare vada posto un minimo di attenzione, tra gli altri, a due criticità:
– l’affidabilità
– come sfruttarla al meglio (stavo per scrivere “al massimo” ma è una cavolata).

Ma siamo sicuri delle premesse?
Oggi, per farla facile, ci narrano e ci rimangono impresse sostanzialmente due cose: che l’AI può fare qualsiasi cosa e che divora quantità impressionanti di energia. Il che significa tutto e niente, visto che il consumo di energia ha senso in funzione dei risultati.
Ma sappiamo in quale maniera è stata alimentata la base di dati e informazioni che ci sta sotto? Conosciamo i metodi, le fonti e, scusate la diffidenza, gli obiettivi di chi (uso il singolare per semplicità, ma non è così) l’ha costruita? Il mio non è scetticismo in stile “No Vax”, né complottismo di maniera né meno che mai Luddismo. È semplice precauzione, perché gli interessi in gioco li considero vitali. Per noi come individui, per noi come aziende.

Come farla fruttare?
Il secondo quesito, più limitato ed operativo, investe invece la nostra fantasia e la nostra competenza su temi specifici, perché penso che in troppo pochi abbiano chiaro come utilizzare strategicamente le rivoluzionarie potenzialità dell’AI. Ci dicono che molte aziende la stanno utilizzando e sperimentando, però ci si riferisce troppo spesso ad obiettivi specifici e limitati, a volte semplici perfezionamenti di quello che già si fa, mentre sicuramente il limite dell’impiego è legato solo alla nostra immaginazione.
L’uomo moderno ha capito ed accettato – magari malvolentieri – che le macchine siano più forti, più efficienti e più precise di quanto lui potrà mai essere. Ha capito ed accettato che i computer, nostro braccio operativo da una cinquantina d’anni, siano più veloci ed in grado di associare ed analizzare quantità di informazioni per noi inarrivabili. Adesso si trova davanti ad una sfida analogamente impari con l’AI e la può vincere solo mettendo sul piatto la propria inventiva e, mi si permetta, la propria umanità. Con il termine vincere vorrei indicare una sinergia, non un conflitto.
Con un computer dotato di AI tra le mani, Leonardo da Vinci non solo avrebbe progettato e disegnato l’elicottero ed il sommergibile ma sarebbe certamente riuscito a realizzarli. Però, per il momento e io spero per sempre, né il computer ne l’AI mi risulta sarebbero in grado di concepire la Gioconda o l’Ultima Cena. Quello che è certo è che saprebbero rifarle, ragionevolmente anche meglio.
Pertanto non ci rimane che osservare, studiare, riflettere e cercare di attuare l’ennesima sfida di sinergie uomo-macchina. Obiettivo: far vincere il progresso e, se possibile, il progresso di tutti e non solo di pochi