Cercando un nido
L’editoriale di Breaking News!
È successo ancora. Abito nello stesso appartamento da una quindicina d’anni, un posto tranquillo appena fuori città, con un terrazzo che guarda su uno splendido parco di abeti che assorbono il rumore lontano delle auto, nemmeno poi così tante. Ancora una volta, come in tutte le primavere precedenti senza mancarne manco una, è successo: una coppia di meravigliose ed eleganti tortore ha cercato di fare il nido sul rullo della mia tenda da sole.
Iniziano al primo albeggiare a fare la spola – talora una per volta, mentre l’altra tiene d’occhio eventuali disturbatori tubando dall’albero che sta due o tre metri più in là, più spesso in coppia, come per farsi coraggio – tenendo nel becco un ramoscello secco, primo mattone della casa dei loro sogni. Nella quasi totalità dei casi il legno scivola immediatamente sul terrazzo, perché non è esattamente facile posizionarlo in equilibrio sulla superficie piccola, rotonda e scivolosa di un telo tenda. Rare volte riesce a rimanere in bilico fino a che il successivo rametto rompe il miracolo di equilibrismo e tutti capitombolano giù. Le due tortore non si perdono d’animo, riprendono il volo per approvvigionarsi e, dopo qualche minuto, eccole di nuovo di ritorno. Instancabili, cocciute, ma soprattutto incredibilmente fiduciose.
Non ho la minima idea di quale sia l’aspettativa di vita (così la definiremmo noi umani) delle tortore, ma non credo che abbracci tre lustri nemmeno ora che la caccia è sostanzialmente estinta. Forse è il loro DNA che trasmette di generazione in generazione il messaggio che quel posto, esattamente quel posto e non l’altro angolo del rullo o quello del balcone accanto, rappresenta il massimo per un nido d’amore. Sia come sia, ogni anno appena dopo Pasqua iniziano imperterrite la trafila. Il problema è che tutte le leggi che ho faticosamente assimilato in Fisica, Meccanica Razionale e Scienza delle Costruzioni, negano nella maniera più assoluta che l’opera possa andare a buon fine. Nemmeno se io, intenerito, fino alla schiusa delle uova evitassi di srotolare la tenda posizionata per tenermi al riparo dal sole.
Forse una soluzione che eviti loro di sprecare tempo e fatica l’ho trovata, una soluzione meno brutale, antipatica e faticosa del correre sul terrazzo cinquanta volte al giorno, appena ne sento il battito d’ali, agitando le braccia come un ossesso per allontanarle. Non tanto per farle sloggiare ma per convincerle che la loro è un’iniziativa senza futuro e senza speranza. Oggi mi sono arrampicato su una scala ed ho attaccato alle travi immediatamente al di sopra del loro “nido” delle stringhe di carta stagnola che la brezza muove spaventandole. Pare che funzioni, anche se non riesco a non sentirmi almeno un poco in colpa.
Parallelismi improbabili
Situazione che mi ha fatto pensare e un pochino anche intristire. In una civiltà (?!?!) piena di gru e di appartamenti vuoti, con abitazioni dalle finestre sbarrate in attesa di chissacché, per molti – giovani all’inizio della vita professionale ma anche anziani pensionati dalle risorse economiche al limite – la casa diventa un mito. Anzi, un incubo.
Niente di nuovo sotto il sole, potrebbe osservare qualcuno: mio padre, nell’immediato dopoguerra e in attesa delle nozze, ha faticato parecchio prima di trovare un appartamento non danneggiato o con i vetri interi dopo tanti bombardamenti (oggi fa sorridere, ma allora era un problema irrisolvibile); chi si è sposato o spostato di sede per lavorare, negli anni ’70 aveva il problema di trovarne uno “ad equo canone”, quello che si conciliava con il reddito di un primo impiego. Però allora, non nascondiamocelo, gli stipendi crescevano costantemente nel tempo in termini reali e nemmeno di poco.
Non siamo a Gaza dove non so proprio dove ci sia qualcos’altro da distruggere, non siamo in Ucraina o in Iran sotto l’incubo dei missili e dei droni, non siamo nelle favelas di cartone, plastica e lamiera che magari qualcuno di noi ha visto – tenendosi schizzinosamente alla larga – direttamente e non solo in TV o YouTube. Eppure il problema esiste e inchioda le prospettive, di vita e di lavoro, di moltissimi.
La principale differenza rispetto alle generazioni precedenti, a mio sommesso avviso, è forse una sola, peraltro pesante: in altri tempi c’era una aspettativa ed una fiducia nel miglioramento futuro della situazione che ad oggi fatico a riscontrare. E, vorrei sottolineare, non sono né un inguaribile pessimista né uno che continua a dire, alzando ipocritamente gli occhi al cielo, “ai miei tempi …”

