Lo strano caso di Mr. J.Sinner

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

Queste note sono uscite di getto prima di sapere l’esito della finale del Masters di Torino, ormai una vita fa. In realtà le ho scritte quando il match era appena cominciato. Scaramanzia? Direi di no, perché le mie considerazioni erano e sono assolutamente indipendenti dall’esito di quella tenzone sportiva, come pure della successiva Coppa Davis di cui non parlo perché sto ancora brindando.
In mezzo a tante emozioni, un dettaglio mi ha portato a riflettere: la storia di un ragazzo che un paio di anni fa, al culmine di una traiettoria che lo stava indirizzando all’empireo del tennis, ha cambiato proprio tutto, coach, squadra, metodi di lavoro. Badate bene, non l’ha fatto a trent’anni dopo essersi scontrato con limiti che poteva attribuire (o scaricare, in termini di colpe) al suo team, l’ha fatto a venti quando era precocemente tra i dieci migliori del mondo e con prospettive in crescita.

Maturità
Non so assolutamente chi lo consigli, ma la decisione che fosse necessario rivoluzionare la struttura che gli faceva da efficiente supporto deve per forza essere anche farina del suo sacco. Per ottenere che cosa? Un enorme balzo, più che un salto, di qualità!
Di certo non gli interessava rimanere tra i primi dieci o cinque, voleva – e vuole – provare ad ogni costo a posizionarsi al numero uno. Il rischio non era da poco, condito pure dalle critiche sui risultati buoni ma altalenanti del primo anno di transizione. Poteva saltare in aria tutto, poteva perdere in un baleno risultati, fama, sponsor e soldi, tantissimi soldi, ammesso che gli interessino. Non ha tremato come non trema il suo polso nei colpi più difficili da eseguire ma anche solo da pensare ed azzardare.
Conosco da moltissimi anni la Val Pusteria e a San Candido, cittadina natale di Jannik, ho passato un periodo meraviglioso indossando il cappello con la penna da ufficiale degli Alpini. Quindi mi è assolutamente chiara la tempra e la decisione di quella gente e il discorso sulla sua nazionalità non mi interessa: per un pelo Napoleone non è nato in una Corsica ancora italiana (o genovese), per poco Garibaldi non è nato in una Nizza già francese.

Nomen omen
Se vogliamo scherzarci sopra, c’è pure nel suo destino qualcosa che in tempi non sospetti è stato iscritto all’anagrafe. Jannik l’hanno battezzato e di Jannik nella storia del tennis c’è n’è stato – molto prima, siamo negli anni ’80 – solo un altro. Lo so, si scrive in maniera differente ma solo perché era francese, però Yannick Noah rimane a tutt’oggi il tennista d’oltralpe più vincente. E giocava pure ad handicap, visto che era di pelle scura, il primo tennista di colore in grado di imporsi a livello internazionale. “Nomen omen” sentenziavano i latini, per dire che nel nome sta scritto il nostro destino.
Sia come sia, Jannik è bianco come il latte delle sue valli anche se, come marchio di fabbrica, esibisce una serie di riccioli ribelli dal colore inconfondibile che hanno stimolato le fantasie dei suoi fans, per l’appunto i “carota boys”. Li nasconde sotto un cappellino solo durante le partite, magari per concentrarsi meglio o per mimetizzarsi all’avversario.

Non solo sport
Il messaggio che il nostro eroe propone non mi sembra ristretto all’ambito tennistico e nemmeno a quello sportivo. Lui fa capire che, per migliorarsi e per competere a livelli sempre più alti, al momento giusto occorre saper cambiare pelle, metodi e strategie. Aveva iniziato con buon successo sugli sci e poi è passato al tennis, aveva avuto un grande e precoce successo con un team di preparatori e l’ha saputo sostituire per crescere ancora più velocemente. Il tutto senza proclami, senza polemiche, senza liti né accuse. Né da lui – va sottolineato tre volte – né da quelli con cui si è lasciato. Si è riadattato, trasformato, completato sempre con lo stesso sorriso, candido ma deciso, che lo contraddistingue in interviste mai banali.

Mi permetto una piccola, ultima, annotazione dedicata a chi fa dell’immobilismo il proprio credo e la propria àncora di sicurezza. Questi giovani, questi “bamboccioni” come qualche pallone sgonfiato (dalla senescenza) li ha apostrofati, sono capaci di cose grandi e grandissime. Si muovono in una cultura economica che li avversa in tutto e per tutto (stipendi, avanzamenti di carriera, meritocrazia, per citarne solo tre), che si lamenta della crisi della natalità ma impedisce sostanzialmente loro di crearsi e mantenere una famiglia, che si strappa i capelli perché non trova lavoratori qualificati ma si guarda bene dal provvedere a produrne in numero adeguato. E loro cosa fanno? Prendono una valigia e si spostano in altre nazioni e altri continenti, affrontando sfide che non sono la lingua ma una cultura da scoprire e capire, relazioni ed amicizie da costruire partendo da zero e – perché no? – pure una cucina ben lontana dalle italiche consuetudini. Viva i bamboccioni! Ed un evviva anche a tutti quelli che sfoderano grinta, coraggio e nessuna paura di cambiare. Indipendentemente dall’età.

Alberto Delaini