Giochi proibiti

Giochi proibiti

Giochi proibiti

 

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

 

Lasciamo stare la mia età. Io cerco di ignorarla, anche se me la sbatte in faccia lo specchio ogni volta che mi rado.
Il vantaggio è che posso spaziare tra ricordi lontani, dissepolti dall’era in cui ero un bambino o poco più. In mezzo a questi stacca il quadro delle fumose osterie di paese, in cui gli uomini – di donne nessuna, tranne l’ostessa o qualche cameriera – si rifugiavano per qualche mezzora di relax. Io, al massimo, potevo sbirciare dal di fuori.

La Legge
In mezzo ai tavoli, traballanti e illuminati in modo approssimativo, in orari (sabato sera) o in giornate prefissati (domenica pomeriggio, dopo le funzioni in chiesa), nei paesi ci trovavi uomini di mezza età e anche oltre, in periodi in cui a sessant’anni eri un vecchio decrepito.
Sulle pareti, immancabili, due cartelli. Il primo, pochissimo ascoltato, proclamava: “la persona civile non bestemmia”. Il secondo, dal tono inquisitorio ma ugualmente ignorato, minacciava: “Sono proibiti i giochi d’azzardo”. Seguiva un elenco che crocifiggeva le deprecate – e quasi depravate – abitudini della morra e del tresette, passatempi in cui il massimo del rischio era di offrire ai vincitori un quarto di vino se non addirittura mezzo litro.

Giochi su scala planetaria
Ma i giochi più pericolosi – purtroppo non proibiti perché non si saprebbe come farlo – oggi si sviluppano su una scala più ampia e minacciosa. Sono quelli delle politiche aggressive di troppi Leader, convinti che un bel Risiko condito da droni, carri armati, missili e sottomarini nucleari sia più stimolante … a patto di essere (o considerarsi) molto più forti dell’avversario che si attacca.
Etica, giustizia, diritto, trattati, ONU e compagnia bella sono relegati in cantina a fronte dell’obiettivo di pochissimi individui, solitamente focalizzato sulla vittoria nel prossimo round elettorale. Perché la droga del potere non teme rivali.
E la gente? E gli elettori? E le coscienze? Mah, forse si sono presi un lungo, direi lunghissimo, periodo sabbatico.

Comunque sia, Buona Pasqua a ciascuno di voi!

Sap BO contro Nav: i numeri

Sap BO contro Nav: i numeri

Sap BO contro Nav: i numeri

D&P: analisi di mercato

Alberto Delaini - Delaini & Partners

Per prima cosa mi scuso con i puristi se nell’analisi continuerò ad indicare come “Nav” l’ERP che oggi viene promosso come “Business Central” e che è molto più completo ed articolato delle versioni precedentemente note come Nav e, prima ancora, come Navision. Però che in questo modo spero sia più facile anche per i non esperti cogliere il senso del confronto tra due soluzioni gestionali tra le più diffuse ed interessanti in Italia.

La “battaglia” per occupare mercato
La storia dei due prodotti è quasi quella di due “gemelli diversi”.
Microsoft ha acquisito Navision in Danimarca per presidiare la fascia medio bassa degli ERP, segmento nel quale all’epoca non disponeva di soluzioni proprietarie e nemmeno, a dirla tutta, di esperienze dirette dato che si era inizialmente focalizzata su soluzioni dipartimentali.
SAP è corsa immediatamente ai ripari comperando da una società Israeliana quello che sarebbe stato ribrandizzato come Sap Business One. Siamo, se ricordo bene, nel 2002 e l’obiettivo era di presidiare la fascia di mercato che stava sotto SAP R3, la dicitura adottata al tempo per quella che era al top delle soluzioni internazionali.

Arriviamo ad oggi
Di anni ne sono passati parecchi dai primi esordi in Italia. I due produttori ci hanno investito moltissimo lungo due direttrici simmetriche: da una parte le tecnologie e la copertura applicativa, dall’altra le reti di Partner coinvolti per assicurare un supporto locale valido lungo tutta la penisola. Questi partner, come contributo ulteriore, hanno travasato le loro competenze specifiche sulle due versioni “general”, realizzando numerosi e validi “verticali” che anche oggi sono molto apprezzati.

Gli elementi dell’indagine
Per quanto riguarda i dati analitici da cui siamo partiti, come sempre provengono dagli archivi della Delaini & Partners che consideriamo rappresentativi. Il campione scelto raggruppa 905 aziende nazionali e pertanto i risultati li riteniamo statisticamente attendibili.

Grazie per l’attenzione.

Alberto Delaini
Email: alberto@delainipartners.it 
Cell.: +39 348.2624906.

 

Partiamo dalla situazione sul territorio
L’Italia è grande (anzi lunga) ed ogni territorio ha le sue caratteristiche. Vediamo la penetrazione dei due ERP su base regionale calcolata rispetto al 100% di quella nazionale di ciascuno.

Qualche riflessione, tenendo comunque presente la diversa densità di aziende totali nelle diverse aree, che cala da Nord a Sud:
– nelle Regioni del Nord Sap BO ha una presenza relativa più ampia (82,09%) rispetto a Nav (80,29%)
– anche nel Centro la situazione si ripete, con distacchi percentuali simili che vedono Sap BO al 15,20% e Nav al 13,14%
– il rapporto si rovescia decisamente nel Sud dove Nav ha un “peso” specifico del 6,57% contro il 2,71% di Sap BO che evidentemente non è ancora riuscito ad imporsi anche lì.

I settori merceologici
Passando ad analizzare la presenza dei due ERP nei diversi settori macroeconomici, il quadro che ci risulta è questo:

Il nostro data base è fortemente sbilanciato verso le aziende manifatturiere e questo spiega in parte la loro preponderanza nel campione D&P. Comunque è lapalissiano che Sap BO punta maggiormente al segmento della Produzione mentre Nav è più forte nel Commercio e soprattutto nei Servizi.

Un’occhiata ai micro settori
Uno zoom più mirato mostra meglio quali siano i micro settori merceologici nei quali ciascun ERP ha ottenuto i migliori risultati.
Cominciamo con la Produzione:

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Come si vede, Sap BO e Nav si “marcano stretto” per quello che riguarda le prime posizioni, che rappresentano settori tra i più popolati nel nostro paese.

Se passiamo alle aziende di Distribuzione troviamo delle sorprese: Sap BO e Nav si sono lanciati su obiettivi merceologicamente diversi, quasi per evitare di sovrapporsi. In realtà sono convinto che questa “anomalia” sia da ascrivere principalmente alle differenti competenze merceologiche dei Partner che i due produttori si sono scelti.

Concludiamo con il settore dei Servizi.
Qui Sap BO che, come abbiamo già detto, è meno presente nel macro segmento, si è focalizzato su poche aree tanto è vero che, nel campione esaminato, ne contiamo solo sette.
Nav invece presenta una diversificazione molto più ampia, ben oltre i dieci segmenti che abbiamo deciso di presentare.

“Verticali” e altri collegamenti
Frugando qua e là tra i dati, ogni tanto capita di imbattersi in situazioni che colpiscono. Una di queste ci sembra una curiosità degna di essere citata.
I Partner, sia di Sap BO che di Nav, hanno tutti una lunga storia dietro le spalle. Sostanzialmente tutti provengono da esperienze precedenti nelle quali hanno installato nelle aziende altri ERP, a volte anche realizzati da loro stessi. Una conseguenza naturale è che alcuni abbiano deciso di investire, travasando il loro know-how su settori merceologici in applicativi “verticali” di loro realizzazione, collegati ad altri moduli di uno dei due ERP citati. In altri casi hanno disegnato funzionalità per far convivere Sap BO o, rispettivamente, Nav con altri ERP preesistenti.
Vediamo che cosa è successo. Naturalmente di Sap BO o di Nav è stata mantenuta in tutti i casi la componente che si rivolge alle funzionalità amministrative.

Il fatto degno di nota ci sembra che, mentre Sap BO ha puntato decisamente sulle soluzioni verticali (85,51%), Nav ha fatto l’esatto contrario, “sposando” la parte amministrativa di ERP preesistenti (78,57%).

In questa situazione abbiamo preferito fornirvi, anziché le percentuali, i numeri della casistica che abbiamo rilevato. Riteniamo siano molto interessanti.

C’era una volta. Breve storia degli Erp.

C’era una volta. Breve storia degli Erp.

C’era una volta. Breve storia degli ERP.

 

le soluzioni applicative hanno cinquant’anni

Alberto Delaini - Delaini & Partners

Oggi si chiamano ERP, Enterprise Resources Planning, e nessuno si sognerebbe di farne a meno, né le grandi multinazionali né le aziende piccole o piccolissime. Contengono tutto, ogni dato, ogni transazione, ogni informazione indispensabile o semplicemente utile per la gestione quotidiana dell’impresa. Farne a meno e ritornare alle sterminate sequenze di faldoni cartacei che riempivano pareti e intere stanze sarebbe impensabile in un’epoca di digitalizzazione e di transazioni istantanee on line.
Ma c’è stato un tempo – una cinquantina d’anni fa e anche meno – in cui gli ordini si compilavano a mano, le conferme venivano restituite per posta e per controllare l’accredito di un bonifico bancario serviva una decina di giorni. Inutile aggiungere che la verifica si faceva unicamente recandosi allo sportello della propria banca.

Poi sono nati gli ERP
Le prime applicazioni gestionali sono nate negli anni ’70 e, come naturale nell’epoca, sono state realizzate per funzionare su Mainframe, i grandi elaboratori del periodo. Grandi in senso dimensionale e grandi in termini di costo, per cui il loro utilizzo era circoscritto a Banche, Assicurazioni, mega aziende e giù di lì. Si focalizzavano sull’area amministrativo-contabile, quella che era soggetta ad adempimenti formali che prevedevano la trasposizione dei medesimi dati (si pensi al ciclo ordine-bolla-fattura) che, se fatto a mano, ampliava sforzi, tempi e – perché non citarli – possibilità di errori nella trascrizione.
SAP, parlo della società, è nata nel 1972 in Germania da cinque programmatori usciti da IBM. Ma era un fenomeno circoscritto ai pochi ambienti che se lo potevano permettere e, in termini di contenuti applicativi, come le poche soluzioni dell’epoca non meritava affatto il titolo di ERP, dato che copriva solo una piccolissima parte dei processi aziendali.

Esplosione dell’informatica e ruolo dell’Italia
Nei primi anni ’70 ha avuto inizio una rivoluzione che ha rapidamente accelerato fino a coinvolgere la maggior parte delle attività e delle imprese. La scintilla è stata la disponibilità di elaboratori “economici”: naturalmente economici in senso molto elastico, dato che la serie dei Sistemi/3 IBM, capofila della rivoluzione e inizialmente con input a schede perforate, costava comunque centinaia di milioni di Lire. Lire di allora, adesso sarebbero un capitale!
Ma quel decennio ha visto fiorire ed evolvere una serie di computer sempre più piccoli, sempre più economici e sempre più diversificati. Il merito è da ripartire tra numerosi produttori nati ed esplosi nel periodo, alcuni dei quali provenienti dal settore delle elettrocontabili. Hewlett-Packard, Siemens, Nixdorf, Digital, Data General e, assolutamente non ultima, Olivetti hanno ampliato le possibilità di scelta per i precursori che sceglievano … il futuro. Come potete verificare – ed è un po’ triste – molti dei marchi che ho citato come esempio oggi non esistono più o fanno tutt’altro. Altra considerazione che oggi sembra stonata: tra i protagonisti mancavano del tutto i giapponesi!

Gli ERP “precucinati”
Però agli inizi esisteva, in aggiunta al costo ed alla scarsezza di personale qualificato, un problema dannatamente ostico: le soluzioni applicative, fino alla prima metà degli anni ’70, venivano scritte su commessa in base alle esigenze della singola azienda, con tempi (e costi) decisamente pesanti.
Finchè l’Italia, strano a dirsi prima in assoluto al mondo, ha aperto nuove vie. Il problema era di vendere ed installare in tempi rapidi un numero enorme (per i tempi: in provincia di Brescia, per dire, i calcolatori erano meno di una decina) di sistemi. IBM Italia, dopo un’epica battaglia con la casa madre di Armonk che non ci credeva per niente, si è assunta l’onore e l’onere di sviluppare quello che possiamo sicuramente definire come l’antenato degli ERP. Le ADM, Applicazioni Dirette al Mercato, vennero sviluppate rapidamente e in maniera quasi artigianale, con poche persone che peraltro avevano le idee chiare unite ad una fervida immaginazione (zero modelli a cui ispirarsi), con l’aggiunta di molto senso pratico. Ho conosciuto la struttura che ha sviluppate i moduli contabili e nella quale sono stato cooptato appena assunto, sia pure in qualità di “ragazzo di bottega”: erano quattro persone in tutto, però ce l’hanno fatta.

Cloni, verticali e Co
Detto che nei primi dodici mesi queste ADM sono state installate in diverse centinaia di aziende di tutti i settori, non so se il parametro dia oggi compiutamente il senso dell’impresa. Ma l’eccezionalità del momento sta soprattutto nel fatto che non solo la concorrenza ma anche le software house, che iniziavano a nascere come funghi, si sono slanciate nell’agone realizzando ERP o anche Verticali che si innestavano sul telaio base degli ERP, per loro natura con caratteristiche “general” buone per tutti i contesti. D’altronde c’era spazio di mercato in abbondanza e le aziende badavano poco agli investimenti perché, pur con l’informatica primordiale del tempo. la crescita di efficienza era esponenziale ma, soprattutto, facilmente verificabile. Il successo delle soluzioni applicative “pacchettizzate” è stato favorito anche dalla fuoriuscita, sotto sotto incentivata dai Produttori, di personale che era stato formato nelle principali società informatiche. D’altronde la richiesta era tale che nessuna di loro era in grado di soddisfarla con le proprie forze. Per citare un numero, IBM Italia è passata dal ’75 al ’78 da 8.000 a 12.000 dipendenti.

Evoluzione continua
Così tra gli anni ’80 e i ’90 sono nati molti degli ERP che hanno fatto la storia dell’informatica, alcuni dei quali disponibili anche oggi sia pure in versione molto evoluta, sia come tecnologia che come copertura applicativa.
Poi si è passati al successo di moduli complementari all’ERP storico (Crm, Documentale, Sfa e via dicendo), alle funzionalità on line, alle App. Ma qui siamo ormai all’ attualità che tutti conoscono.

Intelligenza Artificiale e modernizzazione su IBM i

Intelligenza Artificiale e modernizzazione su IBM i

Intelligenza Artificiale e modernizzazione su IBM i:

nuovo valore al patrimonio applicativo aziendale

 

Da decenni IBM i rappresenta il cuore di applicazioni mission-critical per migliaia di aziende: sistemi amministrativi, finanziari, logistici ed ERP che continuano a distinguersi per stabilità, sicurezza e affidabilità.

Oggi la vera sfida non è mettere in discussione questo patrimonio, ma farlo evolvere, mantenendo solide le applicazioni core e, allo stesso tempo, aprendole alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Riscrivere il legacy da zero non è realistico: comporta rischi elevati, costi significativi e un impatto diretto sulla continuità del business. La strada più sostenibile è una modernizzazione applicativa graduale, che preservi la logica di business esistente e ne aumenti il valore nel tempo.

In questo contesto si inserisce IBM BOB, un AI-first Development Assistant di IBM, attualmente in fase di sviluppo, che porta l’intelligenza artificiale generativa nell’ecosistema IBM i con un obiettivo molto concreto: comprendere, trasformare e valorizzare il software esistente, rendendolo pronto per il futuro.

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Nel percorso di modernizzazione applicativa, IBM BOB accompagna le aziende lungo una sequenza logica e coerente, che parte dalla comprensione del legacy e arriva alla creazione di nuovo valore. Il primo passo è rendere il patrimonio applicativo IBM i realmente leggibile e governabile. Attraverso funzionalità di analisi e spiegazione del codice, IBM BOB consente di comprendere programmi RPG, strutture dati e relazioni applicative spesso poco documentate.

Una volta acquisita questa conoscenza, diventa possibile intervenire in modo sicuro ed evolutivo. IBM BOB supporta la trasformazione tecnica del codice e dei dati, accompagnando la modernizzazione verso standard più attuali, come l’adozione dell’RPG ILE in formato libero e l’utilizzo di SQL per l’accesso ai dati, preservando al contempo la logica di business esistente. Questo approccio consente di migliorare la sostenibilità delle applicazioni senza ricorrere a riscritture radicali.

Accanto alla trasformazione tecnica, IBM BOB interviene anche sulla qualità interna del software. Migliorare la struttura del codice, renderlo più modulare, leggibile e manutenibile è fondamentale per assicurare continuità nel tempo. Attraverso attività di refactoring, le applicazioni possono evolvere mantenendo invariato il comportamento funzionale, ma diventando più semplici da gestire e più accessibili anche a sviluppatori meno esperti del mondo IBM i.

IBM BOB guarda infine oltre la manutenzione, abilitando concretamente la generazione di nuovo valore. L’intelligenza artificiale supporta gli sviluppatori nella creazione di documentazione, test automatici e nuovo codice, accelerando i cicli di sviluppo e favorendo l’adozione di pratiche moderne di DevOps, anche in contesti applicativi storicamente legacy.

Grazie a questo approccio, le aziende possono mantenere stabili e sicure le applicazioni core IBM i, riducendo il rischio operativo, e allo stesso tempo evolversi per utilizzare tecnologie moderne come AI, nuovi linguaggi e pratiche di sviluppo più attuali. IBM BOB diventa così un acceleratore di modernizzazione.
IBM BOB è stato annunciato il 20 febbraio e sarà disponibile sul mercato a partire dal 24 marzo 2026. Clienti, partner, ISV e sviluppatori possono tuttavia accedere a una preview per effettuare test, sperimentare casi d’uso reali e contribuire attivamente all’evoluzione del prodotto.

In conclusione, modernizzare le applicazioni IBM i non significa scegliere tra legacy e innovazione, ma costruire un ponte tra la solidità del passato e le esigenze del futuro. IBM BOB può rappresentare un valido supporto in questo percorso, consentendo di valorizzare uno degli asset più strategici delle aziende: il loro patrimonio applicativo.

Giochi proibiti

Medaglia di che

Medaglia di che

 

L’editoriale di Breaking News!

Alberto Delaini - Delaini & Partners

 

Meno male che in questo periodo di notizie ferali che ci bombardano da tante (troppe) aree del mondo si è intravvista una piccola fiaccola di speranza, un evento a cui ciascuno di noi si è potuto aggrappare per qualche attimo di relax: le Olimpiadi.
Sono troppi lustri da quando ho smesso, veramente a malincuore, di credere all’idea di una tregua olimpica tipo quella che, ogni quadriennio (stiamo peraltro parlando di circa 2.500 anni fa), faceva interrompere le guerre tra Atene, Sparta, Tebe e compagnia bella. Le armi cedevano – provvisoriamente – il posto a competizioni incruente, anche se non meno agonistiche. Oggi non è il caso di contare su simili idilliaci scenari.

Medaglia di che cosa
Il Presidente Mattarella, che Dio lo conservi, ha introdotto una consuetudine nuova e civilissima. Anziché limitarsi ad invitare al Quirinale gli atleti che si sono fregiati delle preziose medaglie olimpiche – oro, argento e bronzo, un po’ come l’oro, incenso e mirra dei Re Magi – ha spesso deciso ”sua sponte” di estendere la partecipazione a chi porta sulle spalle il pesante giogo della cosiddetta “medaglia di legno”, il quarto posto che lascia in chi l’ha raggiunto la sensazione di aver fallito, di essere stato defraudato dei suoi sforzi, soprattutto di essere arrivato ad una spanna dal successo ma …
Io che di sport … di retroguardia sono un vero esperto, anche se so di averci impegnato in gioventù ogni stilla di energia e di entusiasmo, a cerimonia di chiusura conclusa nella mia Verona qualche riflessione me la voglio concedere.

McGrath, chi era costui?
Più che alle incredibili medaglie di tutti i colori che la squadra italiana ci ha portato, più che alla resurrezione della Brignone arricchita da due medaglie d’oro, vorrei fermarmi un attimo su una specie di anti eroe, Atle Lie McGrath. In testa dopo la prima manche di slalom speciale, sostenuto dal vento a favore di un diluvio di medaglie che la sua Norvegia stava mietendo, è partito a razzo dal cancelletto della seconda. Troppo entusiasmo? Troppa adrenalina? Troppa fiducia? Non lo so, però ha inforcato ed è uscito di gara. Come ha reagito? Nessuno ha riferito che abbia imprecato o bestemmiato come avviene a calciatori famosi né spaccato racchette come fanno i ricchi tennisti. Ha girato le spalle alla pista Stelvio di Bormio, al pubblico e alla gara e si è inoltrato nel bosco, spalle basse e testa china, affondando i passi nella immacolata distesa di neve fresca. Per rimanere un po’ da solo con il suo magone.

Coraggio McGrath: non ti avevo mai sentito nominare (del resto non sono un esperto) ma ti terrò sempre nel cuore. E forse non sono il solo.

Nel frattempo, in quell’Ucraina che non è poi tanto lontana da noi, inizia il quinto anno di guerra mentre ad Assisi i pellegrini possono sfilare davanti alle spoglie di San Francesco, ad 800 anni dalla sua morte, ma solo dopo aver superato controlli e metal detector. Le contraddizioni del nostro tribolato mondo non finiscono mai.